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Storia

BANTINA [Bantine], villaggio della Sardegna, nella provincia, distretto, e tappa d’Ozièri; apparteneva all’antico dipartimento del Montacuto superiore del giudicato Logudorese.

È ad una considerevole altezza nella pendice settentrionale d’un monte incatenato al Lerno; tuttavia siccome la sua positura è in una valletta, quindi l’aria non può tenersi per salubre, quale generalmente quella si riconosce dei luoghi montani di più felice situazione.

Grande è l’umidore di questo locale e per lo ruscello che serpeggia vicino, e per le acque che decorrono dalle parti superiori del monte. Pertanto le strade sono per gran parte dell’anno fogne e pantani; e quando l’estate si assorbe gli umori, e rompesi il corso del detto ruscello, allora svolgonsi perniciosissime esalazioni, onde è depravato il fluido respirabile. I mucchi del concime, e le sepolture mal chiuse contribuiscono non poco alla malignità del medesimo.

Il clima è piuttosto caldo, e insieme molto umido. Vi piove con frequenza, e vi cade la neve, che però in breve dissolvesi. Di rado vi fulmina, sebbene grandini sovente. La nebbia, spesso fetida e nera, e dannosissima assai, frequentemente si addensa sull’abitazione.

Le case ancor sussistenti non sono più di 45. All’aspetto delle medesime si congettura facilmente quanto sieno miseri gli abitatori.

Non sono le famiglie in maggior numero delle case, e le anime sommano (anno 1833) a 240.

L’ordinario corso della vita è al sessantesimo anno; e tra le malattie dominanti devonsi notare principalmente le infiammazioni, le febbri periodiche e perniciose, le fisconie dell’addomine, le scrofole, e la clorosi.

Usasi il ballo col canto, e le nenie funebri (s’attìtu) nella morte dei congiunti.

Nel vestire seguono la maniera generale del Montacuto.

Le donne s’occupano a filar lini e lane per panni ad uso delle sole loro famiglie, li quali fabbricano in circa 14 telai di molta rozzezza.

Abbenchè così piccola sia la popolazione, vi è un consiglio per le cose comuni, una giunta sul monte di soccorso, ed una scuola normale frequentata da pochi fanciulli.

La chiesa parrocchiale è dedicata all’apostolo s. Giacomo. Il parroco ha titolo di rettore, e qualche volta è assistito da altro sacerdote, sotto la giurisdizione del vescovo di Bisarcio.

La festa, alla quale si concorre anche dai paesi vicini, è per il titolare.

In distanza di dieci minuti dall’abitato verso al ponente trovasi un oratorio di nessuna considerazione, che viene denominato da s. Pietro.

La superficie del Bantinese si può calcolare a 25 miglia qu. Il paese è all’estremità verso austro.

Le terre sono generalmente argillose o sabbionose, e si è sperimentato essere più confacenti all’orzo. Di questo si semina starelli 175 (litr. 8610), di grano 70 (litr. 3444), di fave, lino, e fagiuoli in totale circa 80 (litr. 280).

Le uve non mai maturano bene; quindi ai vini, che generalmente sono bianchi, si dà una certa dose di cotto o sapa, come si pratica per tutto il Montacuto, e in altri climi di egual temperatura. Se ne fanno circa 200 cariche, delle quali la maggior parte si beve, l’altra si rende in mosto.

Il totale delle piante fruttifere è ben tenue. Le specie sono fichi, peri, e susini di poche varietà.

Nella detta estensione territoriale vi sono 35 chiusi, che potranno capire di semenza 350 starelli (ari 13951).

Mancano le piante ghiandifere in certa quantità e riunione, che formino selva. Lungo le rive del fiumicello, che scorre presso il paese, si educano molti pioppi, che segati in travi, travicelli, e tavole si vendono a Ozièri, Pattàda, Tula, e perfino a Sassari. Essendo frequente tra le piante di macchia l’erica, detta dai sardi castagnarza, e la filirea, nominata aliderru, i bantinesi se ne giovano facendone carbone da fucina e da cucina, che portano nei paesi d’intorno.

Ad eccezione del monte, sulla cui pendice fondossi il paese, non sono in tutto il territorio altre eminenze che meritino di essere menzionate. Dominano le roccie granitiche.

I totali dei capi di ciascuna specie di bestiame solita educarsi si possono esprimere in piccoli numeri. I cavalli e cavalle sommavano (anno 1833) a 35. Pochi erano i segni delle vacche, che si avevano in società con altri proprietari dei vicini villaggi; e pochi pari-mente e poco numerosi erano quelli delle pecore, capre, e porci.

I prodotti che avanzano dalla consumazione domestica si smerciano nello stesso dipartimento.

I pastori vivono per la maggior parte dell’anno nelle loro capanne dette sos cuìles.

Il selvaggiume grosso, come era da supporsi in un territorio non montuoso, è molto raro. La specie però delle volpi e delle lepri assai moltiplicata. Degli uccelli sono i colombi la parte maggiore.

Nei tempi addietro coltivavansi gli alveari con molta cura e lucro; ma da quando alcuni invidiosi gittarono del tabacco furtivamente nella massima parte dei covili, che numerosissimi teneansi in due possessi presso al paese, da allora decadde questo ramo d’industria forse per non più risorgere.

Sono non meno di 35 le sorgenti, che trovansi in questo territorio, e tutte di acque salubri. Le principali sono due. Una è quella da cui bevono questi paesani, della quale tanta è l’abbondanza da formare un riozzolo. È perenne, e nelle estati ancor più secche porta a sufficienza a potersi irrigare gli orti. L’altra si denomina di Ziu-Raspa egualmente copiosa, e vicina al paese.

Due fiumicelli, uno detto Bunne, l’altro Riu-departes, nascono in questo territorio, e corrono nel fiume di Pattàda. Hanno delle anguille e trote.

Comprendesi questo comune nel feudo del Montacuto, e dipende dalla curia di Nughèdu. Per li dritti feudali vedi Montacuto.